Una ricerca coordinata dell'Istituto Dermopatico dell'Immacolata, pubblicata sulla rivista internazionale Journal of the American Academy of Dermatology, approfondisce il legame tra alcuni farmaci antidiabetici e questa malattia della pelle, individuando differenze importanti tra le diverse molecole.
Il pemfigoide bolloso è una malattia autoimmune della pelle che provoca la formazione di vesciche tese, spesso accompagnate da prurito intenso e dolore. Colpisce soprattutto le persone anziane e può incidere in modo significativo sulla qualità di vita. Negli ultimi anni la comunità scientifica ha osservato un legame tra questa patologia e l'uso delle gliptine, una classe di farmaci molto diffusa per la cura del diabete di tipo 2. Una nuova ricerca, condotta all'IDI-IRCCS di Roma dalla dottoressa Anna Pira all’interno del gruppo che si occupa di malattie bollose autoimmuni coordinato dal dottor Giovanni Di Zenzo in collaborazione con numerosi clinici dell’IDI e del Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS, ha approfondito questo legame con un livello di dettaglio finora poco esplorato.
Cosa sono le gliptine e perché sono coinvolte
Le gliptine, chiamati anche inibitori del DPP-IV, sono farmaci assunti per via orale che aiutano a controllare la glicemia nelle persone con diabete di tipo 2. Agiscono potenziando l'azione di alcuni ormoni naturali dell'organismo che stimolano la produzione di insulina. Da tempo si sa che il loro utilizzo può associarsi, in alcuni casi, allo sviluppo di pemfigoide bolloso, ma le conoscenze su questo legame erano finora frammentarie, soprattutto per quanto riguarda le differenze tra le singole molecole appartenenti alla classe delle gliptine.
Lo studio: oltre 500 persone coinvolte in due ospedali italiani
Tra il 2019 e il 2023, i ricercatori hanno arruolato 208 persone con pemfigoide bolloso e 308 persone con diabete di tipo 2 senza la malattia della pelle, reclutate negli ambulatori di Dermatologia, Medicina Generale e Diabetologia dei due istituti coinvolti. Si tratta di uno dei pochi studi di questo tipo condotti con un disegno prospettico, che permette stime più affidabili rispetto alle ricerche basate solo su dati retrospettivi.
Dal confronto tra le persone con pemfigoide bolloso e diabete e un gruppo di controllo con solo diabete è emerso che chi assumeva gliptine aveva un rischio di sviluppare la malattia della pelle più che triplicato rispetto a chi non le assumeva.
Non tutte le gliptine sono uguali
Il dato più rilevante riguarda le differenze tra le singole molecole della classe delle gliptine. Linagliptin, vildagliptin e alogliptin sono risultati associati a un aumento significativo del rischio di pemfigoide bolloso. La sitagliptin, invece, non ha mostrato la stessa associazione: nel gruppo di persone con pemfigoide bolloso e diabete trattate con gliptine, solo una piccola percentuale assumeva sitagliptin, a fronte di una percentuale molto più alta nel gruppo di controllo con solo diabete.
Questo dato suggerisce che, soprattutto nelle persone anziane più esposte al rischio di pemfigoide bolloso, la sitagliptin potrebbe rappresentare una scelta terapeutica più sicura per il controllo del diabete, un'informazione utile per il dialogo tra diabetologi e dermatologi.
Uno degli aspetti più interessanti dello studio riguarda un sottogruppo di persone, soprattutto trattate con linagliptin, nelle quali la malattia si presenta in una forma più lieve, spesso senza la classica componente infiammatoria, e con risultati negativi ai test del sangue normalmente usati per la diagnosi (gli anticorpi BP180-NC16A e BP230). Questa caratteristica, definita "doppia negatività", rende la diagnosi più complessa: il quadro clinico può sembrare meno chiaro proprio perché gli esami di laboratorio standard non individuano gli anticorpi attesi.
Per affrontare questo problema, i ricercatori dell'IDI hanno utilizzato un test di laboratorio sviluppato internamente, basato sul riconoscimento di una porzione più ampia della proteina BP180 (l'ectodominio, ECD-BP180). Questo test ha permesso di identificare la presenza di anticorpi in quasi tutti i casi "doppio negativi" ai test tradizionali, contribuendo a ridurre il rischio di diagnosi tardive.
Le possibili implicazioni per la pratica clinica
I risultati dello studio, di natura osservazionale, non permettono di stabilire un rapporto di causa-effetto certo tra i singoli farmaci e la malattia, come sottolineano gli stessi autori. Indicano però alcune direzioni utili per la pratica clinica: nelle persone con pemfigoide bolloso legato a linagliptin e risultato negativo ai test standard, un approccio terapeutico meno aggressivo potrebbe essere preso in considerazione, evitando un uso non necessario di cortisonici ad alto dosaggio. Questo aspetto è particolarmente rilevante nelle persone anziane con diabete, nelle quali i cortisonici possono comportare effetti collaterali importanti e peggiorare il controllo della glicemia.
Lo studio è stato coordinato dall'IDI-IRCCS di Roma, che ha condotto la parte di laboratorio e l'analisi immunologica, in collaborazione con la Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS / Università Cattolica del Sacro Cuore, partner clinico per il reclutamento dei pazienti diabetologici e dermatologici.