Il tatuaggio come fenomeno psicologico

26 Maggio 2026

Le «Cronache dell'IDI» — il bollettino dell'Istituto fondato nel dicembre 1946 da Fratel Emanuele Stablum — hanno accompagnato per decenni la vita scientifica e culturale dell'Istituto Dermopatico dell'Immacolata, ospitando contributi medici, riflessioni etiche e approfondimenti che ancora oggi conservano il loro valore.

Riproponiamo qui, nel rispetto integrale del testo originale, un articolo pubblicato nel marzo 1952 a firma di M. Barberio.

Il tema è il tatuaggio: non ancora oggetto di discussione dermatologica corrente come lo sarebbe diventato nei decenni successivi, ma già analizzato con rigore e curiosità intellettuale nelle sue radici storiche, antropologiche e psicologiche. Dalle statuette neolitiche alle tradizioni dei popoli del Pacifico, dall'uso simbolico nelle culture primitive alla sua sopravvivenza nell'Europa novecentesca, il testo offre uno sguardo d'epoca che — riletto oggi — invita a riflettere su quanto questa pratica abbia continuato a evolversi e a interrogare la medicina, la cultura e l'identità.

La terminologia e le prospettive sociologiche espresse nell'articolo riflettono il pensiero scientifico e culturale del 1952; l'IDI ripropone il testo a scopo di documentazione storica.

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Non sembrerà fuori posto intrattenersi su queste colonne intorno a un argomento qual è quello del tatuaggio, che a parte gli spunti variamente interessanti la etnografia, la storia delle religioni e la glottologia, presenta altresì motivi di contatto con la medicina generale e con la dermatologia in particolare.

La vastità e complessità del soggetto non ci consente peraltro di farne uno studio, quanto di toccare nei loro momenti più salienti le vicende cronologiche e le determinanti psicologiche che hanno accompagnato tale fenomeno dai suoi primordi fino ai nostri giorni.

Il vocabolo «tatuaggio» trae il suo etimo dal dialetto di Tahiti, isola della Polinesia: «tatau» traduce il nostro «incidere, far delle ferite». Infatti il vero e proprio tatuaggio è quello ottenuto mediante l'infissione nella cute di materie coloranti, quasi sempre di fuligine ma anche di sostanze a tinta turchina o verde. Sulle figurazioni prima disegnate si eseguivano punture (tatuaggio per puntura) o si passava sotto cute mediante un ago a cruna un filo imbevuto della sostanza colorante (tatuaggio per cucitura). Tale tecnica adatta per le pelli di color chiaro, viene sostituita dal metodo delle ustioni e delle scarificazioni presso le popolazioni a cute bruna (tatuaggio per cicatrice).

L'usanza del tatuaggio, che sotto certi aspetti può considerarsi come una chirurgia estetica sui generis, si perde nelle brume della preistoria, come starebbero ad attestarci statuette in creta del periodo neolitico, scolpite a punta o a linee con figurazioni e disegni vari. Uno dei primi documenti letterari a proposito si legge nella Bibbia al libro del Pentateuco, sotto forma di divieto perentorio da tali pratiche che attentano alla integrità fisica dell'uomo. Anche le antichità Greca e Romana che, nel culto della bellezza non furono seconde a nessun popolo, conobbero il tatuaggio solamente come usanza di genti barbare soggiogate al loro dominio: ne danno testimonianza nei loro scritti Erodoto e Senofonte, Cicerone e Tacito. Lo troviamo invece largamente diffuso presso gli Egizi ed altre popolazioni primitive, dagli arcipelaghi del Pacifico alle terre bruciate dell'Africa, dalle isole Britanniche alle piaghe sterminate del nuovo mondo.

Non si comprenderebbe il significato e la diffusione di questa usanza, che a tutt'oggi ha cultori nelle più disparate classi sociali, se non si tenga conto del substrato psicologico, dove affonda le sue radici e da dove prende motivazione e forma.

Tra i moventi ideologici riconosciuti da vari studiosi, viene messo in luce il fattore estetico. Certo si tratta di una concezione estetica primitiva ancora troppo materiata, la quale facilmente si spiega presso popolazioni sottoposte al sole dardeggiante delle regioni equatoriali. Il tatuaggio voleva sostituire in qualche modo l'abbigliamento e dare al corpo quel decoro di bellezza, di cui solo popoli più evoluti seppero cogliere ed ammirare l'essenza ideale. È per tale ragione verosimilmente che la pratica del tatuaggio non attecchì presso i Greci e i Romani.

A lato dell'elemento estetico giocano un ruolo non meno importante altri due aspetti essenziali alla psicologia dei popoli primitivi: la vita sociale e il sentimento magico-religioso. Certo ancora rudimentali nelle loro espressioni, ma già intimamente vissuti fino a imprimerne i segni sulle loro carni. Presso alcuni raggruppamenti è il totem (che può essere un animale o una cosa) simbolo di unione nella tribù, presso altri sono contrassegni di distinzione in classi sociali o di valore militare; talora invece il tatuaggio rappresenta un mezzo di espiazione delle colpe, di vendetta sui nemici o di preghiera e di elogio per i trapassati. Le donne Kayan di Borneo vedevano nel tatuaggio un pegno per l'al di là: solo alle donne tatuate sarebbe stato concesso immergersi nella luce inebriante della eterna beatitudine.

L'Europa pure ha conosciuto e praticato il tatuaggio nel medioevo e nelle epoche successive che ci hanno preceduto. Ma da noi esso ha rivestito e riveste tuttora un carattere di curiosità, tutto esteriore, legato alle vicende storico-geografiche delle nostre genti e alla volubilità della moda capricciosa, contrariamente a quello dei popoli primitivi, radicato nel substrato psicologico ed espressione genuina di sentimento e di vita.

Bisogna però constatare che il progresso della civiltà e della Religione ha arrestato l'evoluzione e la diffusione dei tatuaggi quasi presso tutte le popolazioni primitive, dove ancora sopravvive in manifestazioni sporadiche.

E in Europa attualmente, a parte la categoria dei criminali presso i quali persiste il tatuaggio, reliquato di una tara ancestrale, altri nuclei di persone, come i marinai, i soldati coloniali e i lavoratori manuali pagano il contributo a una tradizione di millenni, che sebbene in netta regressione dappertutto stenta tuttavia a scomparire, nonostante le progredite idee di civiltà e di religione cristiana che pur non trascurando i corpi, mirano principalmente a forgiare e ornare gli spiriti.

M. Barberio

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